Nell'Europa dell'età medioevale era credenza comune che alcune specie di farfalle fossero in realtà anime di strega, motivo per cui venivano considerate foriere di sventure. Il loro apparire era interpretato come l'annuncio di un male prossimo e ineludibile.
L'abitudine di molte farfalle di avvicinarsi a sostanze liquidi o dolci per succhiarle, era vista come il proposito di mandare a male le riserve di latte e burro. Allo stesso modo, vedere volteggiare farfalle su un campo di grano era considerato il segno della perdita dell'anima del cereale, fatto che spingeva i contadini ad adottare complessi rituali per salvare il raccolto. In altre zone del Mediterraneo esisteva un terrore autentico per le sfingidi, farfalle notturne dalla grande apertura alare e dal corpo carnoso. Un famoso rappresentante di questa famiglia è la Acherontia atropos, che mostra sul torace un disegno che ricorda con molta chiarezza un teschio. Per questo motivo è conosciuta come "Sfinge testa di morto". Per contro, in Italia, è comune una sfingide considerata da secoli portatrice di buona fortuna. Si tratta della "Sfinge del gallo", Macroglossum stellatarum, molto simile a un colibrì, che si può vedere svolazzare fra i fiori dei giardini. Questa farfalla non supera i 5 centimetri, vola durante il giorno e migra. Tutto ciò lo ha resa familiare agli abitanti delle zone in cui vive, però non ha liberato le altre sfingi dalla superstizione.
Nella nota famiglia botanica delle Ericacee è presente una pianta, il cui nome scientifico è Monotropa hypopitys L., che ha perso la capacità di effettuare la fotosintesi clorofilliana e quindi ha bisogno di nutrirsi a spese dei funghi. La strategia adottata da questa specie (non più autotrofa) per garantirsi la sopravvivenza è la simbiosi apparentemente mutualistica. L’ipopitide, così chiamata comunemente, è riconoscibile per la presenza di un “gambo” bianco e privo di clorofilla che emerge da un rizoma sotterraneo; quando fiorisce emette un vago profumo di vaniglia.
Il micelio fungino che pervade il terreno, quando incontra le radici di questa pianta, si unisce spontaneamente ad esse e forma una micorriza, una struttura particolare in cui le cellule del fungo e quelle della pianta sono strettamente connesse. In genere le micorrize apportano un vantaggio reciproco per il fungo e la pianta: il micelio fungino sottrae una modesta quantità di zuccheri alla pianta per nutrirsene, ma contemporaneamente potenzia ed estende le capacità di assorbimento di acqua e sali minerali da parte delle radici. Nel caso della Monotropa hypopitys sembra invece che la pianta si prenda solo i vantaggi della simbiosi: al fungo vengono sottratti anche gli zuccheri che questa Ericacea non riesce a fotosintetizzare da sola. Quindi, in apparenza, la pianta si comporta da parassita del fungo, anche se, stranamente, è proprio quest’ultimo a collaborare e a portare avanti in modo spontaneo tutte quelle complesse modifiche fisiologiche e strutturali che conducono alla simbiosi finale. Può anche darsi che, in realtà, non ci sia nessuna incongruenza in questa unione: semplicemente non sono ancora stati scoperti i vantaggi che il fungo trae da questa particolare associazione.
Il gruppo delle mantidi è molto antico, quando sulla Terra apparvero i primi uomini, questi insetti esistevano già da circa 30 milioni di anni! La colorazione vivace, anche nelle tonalità del rosa e del verde brillante, ed i disegni lungo il corpo, permettono a queste specie di mimetizzarsi perfettamente con i fiori sui quali si posano, in attesa della preda.
Un esempio emblematico è la mantide orchidea (Hymenopus coronatus). È una specie che abita le foreste tropicali di tutto il mondo eccetto l'Australia. Le espansioni fogliari simili a petali sulle tibie e la vivace colorazione fanno sì che la mantide assomigli moltissimo alle orchidee in cui si nasconde. Questa somiglianza le garantisce una mimetizzazione perfetta: i predatori come uccelli e lucertole la scambiano per un'orchidea. Immobile la mantide attende che una vittima si avvicini. L'unico suo movimento è un lento dondolio che la fa rassomigliare ad un delicato fiore che ondeggia per la brezza. Ignari del pericolo piccoli insetti si posano sul fiore per cibarsi del dolce nettare; quando uno di essi raggiunge la portata delle potenti zampe raptatorie della mantide, scatta l'attacco e il piccolo insetto non può nulla contro la forza imponente delle zampe armate di spine acuminate.
Il granchio samurai (Heikea japonica) è una specie endemica che vive nelle acqua giapponesi e deve il suo nome alla presenza di un carapace simile a una maschera kabuki. Il nome del genere, Heikea, deriva dal clan giapponese degli Heike, che furono sconfitti nella battaglia navale di Dan-no-Ura (1185) dal clan rivale dei Genji. Secondo la leggenda, gli spettri dei guerrieri Heike annegati ora dimorano sul fondo marino dentro il corpo dei granchi Heikea japonica, i quali presentano sul carapace un disegno che ricorda esattamente la ghigna di un guerriero samurai.
Lo sapevate che nel lontano Sud-est asiatico esiste una specie di delfino di colore rosa? il suo nome è Susa indopacifica (il cui nome scientifico è Sousa chinensis), è un cetaceo della famiglia Delphinidae.
Vivono lungo le coste cinesi e questa colorazione non è dovuta alla presenza di particolari pigmenti, ma deriva dalla grande abbondanza di vasi sanguigni sottocutanei che servono per la termoregolazione.
Gli adulti sono lunghi circa 220-250 cm e pesano mediamente dai 150 ai 230 Kg. Sono abbastanza socievoli e di solito vivono in piccoli gruppi formati da 3 o 4 individui.
Le femmine raggiungono la maturità sessuale all'età di 10 anni, mentre i maschi a circa 13. Il periodo riproduttivo va dalla fine dell'estate fino all'autunno, dove raggiungono le aree di riproduzione (in Sud Africa e in Australia), e le femmine partoriscono ogni 3 anni. La gestazione dura circa un anno e i piccoli rimangono con la madre fino a quando non sono in grado di procurarsi il cibo da soli.
